Il volgare

Il volgare non ha una data di nascita precisa.

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente nel 476 d.C., il latino si frantumò in tante parlate diverse, dette “volgari”, perché parlate dal “volgo” ovvero il popolo non istruito.

Già nella tarda antichità il latino parlato dalla popolazione aveva subito un processo di regionalizzazione, differenziandosi nella pronuncia e nella morfologia da zona a zona.

Il volgare fu usato per molti secoli solo come lingua orale, finché cominciò ad essere utilizzato anche nella redazione di alcuni documenti scritti.

Il primo esempio di una lingua che pare una transizione dal latino al volgare è il cosiddetto indovinello veronese, un’annotazione a margine di un codice spagnolo ritrovato a Verona e risalente al XIII – IX secolo.

Il brano così recita:
“Se pareba boves, alba pratàlia aràba / et albo versòrio teneba, et negro sèmen seminaba”.

Che tradotto significa “Anteponeva a sé i buoi, bianchi prati arava / e un bianco aratro teneva e un nero seme seminava”.
Quella che, a una prima traduzione letterale, può sembrare la descrizione di una scena bucolica nasconde in realtà un secondo significato, quasi un gioco enigmistico la cui soluzione, anche divertente, è la seguente:
“Teneva davanti a sé i buoi = le dita della mano / e arava i bianchi prati = le pagine bianche di un libro / e aveva un bianco aratro = la penna d’oca per scrivere e un nero seme seminava = l’inchiostro”.

Quindi l’autore, probabilmente in un momento di pausa nel suo lavoro presso lo scriptorium, aveva voluto raccontare in chiave allegorica il momento iniziale della sua attività, quando i buoi della sua mano si accingevano a seminare l’inchiostro sui bianchi prati delle pagine ancora vergini, accomunando in tal modo il suo lavoro intellettuale a quello dei contadini, un mondo agricolo dal quale, forse, egli stesso proveniva.

Dante Alighieri è considerato uno dei massimi esponenti della letteratura italiana, soprattutto per le sue innovazioni linguistiche e per aver dato vita alla lingua italiana.

Già a quel tempo esisteva un volgare che si avvicinava all’italiano di oggi; ma Dante lo ha trasformato in modo radicale, facendolo diventare quello che, in seguito a secoli di continui adattamenti, diventerà poi la lingua italiana.

Nel De Vulgari Eloquentia Dante affronta il tema della lingua volgare, cercando di trovarne uno adatto a svolgere tutte le funzioni culturali tipiche del latino. Utilizzò infine il volgare toscano come lingua adatta a rappresentare il modello della scrittura, indirizzandolo verso ambizioni letterarie.

Nato nel 1265, deceduto nel 1321

La Divina Commedia fu scritta in volgare fiorentino,
rappresentando la realtà in modo drammatico.

Le opere più importanti di Dante, scritte in latino, sono due tratti in prosa.

Il De Vulgari Eloquentia, ha per argomento il volgare illustre più adatto come lingua letteraria; scritto in lingua latina perché si rivolge a lettori dotti. Il latino che Dante chiama “gramatica”, è una lingua artificiale, perché creata per favorire la comunicazione universale; il volgare invece, è instabile e variabile perché è una lingua naturale. Dante cerca tra i volgari italiani quello che sia “illustre” (deve dare a chi lo usa lustro e autorevolezza), “cardinale” (deve rappresentare un riferimento per gli altri volgari), “regale” (degno di una reggia), “curiale” (le regole devono essere decise da una curia riunita intorno ad un sovrano).

Il De Monàrchia è un saggio politico strutturato in tre tratti, in esso l’autore raccoglie la summa del suo pensiero, e interviene su uno dei temi più “caldi” della sua epoca: il rapporto tra il potere temporale e l’autorità religiosa. Ha numerosi punti di contatto con La Divina Commedia e in particolare con Purgatorio e Paradiso. Viene scritto anch’esso in latino, perché Dante intende rivolgersi ad un pubblico di dotti non necessariamente italiano, e in quanto il tema affrontato è la necessità di una monarchia universale, che unifichi sotto il suo dominio, tutta l’Europa.

I contemporanei di Dante disprezzavano l’uso del volgare nei loro scritti, lo consideravano una lingua rozza e popolare, il latino invece era considerata la lingua ufficiale ed elegante.

Francesco Petrarca è precursore e principale esponente di un nuovo movimento culturale, che nasce a partire dalla seconda metà del ‘300 e influenzerà per due secoli la cultura: l’Umanesimo.

Gli umanisti si dedicano all’edizione di testi, secondo alcuni procedimenti, che anticipano in parte il metodo filologico moderno, come l’emendazione degli errori presenti nei testi, e alla diffusione delle nuove edizioni manoscritte. Le città più importanti per questi studi sono Padova e Firenze.

L’autore alterna la scrittura in latino e la scrittura in volgare. A differenza di Dante, che li metteva sullo stesso piano, per Petrarca il latino è la lingua ufficiale. La letteratura volgare viene da lui vista come un vizio, una passione personale e privata.

Nato nel 1304, deceduto nel 1374

Per questo quasi tutte le sue opere sono scritte in latino; De otio solitario, in cui esalta la vita rurale confrontandola con quella cittadina, il Secretum o De secreto conflictu curarum mearum, un dialogo tra Petrarca stesso, Sant’Agostino e la personificazione della Verità, nel quale confessa i suoi tormenti, inquietudini e conflitti morali interiori.

Alessandro Manzoni fu un importante autore per l’evoluzione della lingua italiana.

I Promessi Sposi è il primo romanzo storico della letteratura italiana ed è considerato una delle opere più significative del Romanticismo.

Attraverso le sue opere, Manzoni permise il rafforzamento dell’uso dell’italiano come lingua letteraria, ma soprattutto come lingua parlata; infatti nel 1868 sostituì il latino come lingua di cultura e come strumento per le scritture ufficiali.

Egli faceva un confronto tra gli italiani e spagnoli, francesi, inglesi, notando che in Italia tra lingua scritta e parlata c’era molta differenza mentre per gli altri popoli lo scritto e il parlato erano assai vicini.

Nato nel 1785, deceduto nel 1873

La letteratura ebbe un’importanza considerevole nell’evoluzione della lingua italiana attraverso i secoli.

Giovanni Verga nel suo I Malavoglia, inserì molte conversazioni in dialetto siciliano utilizzando i punti di vista dei diversi personaggi. Inoltre introdusse la tecnica dell’impersonalità dell’autore, in modo che il lettore si trovi, come disse lui stesso, “faccia a faccia col fatto nudo e schietto, senza stare a cercarlo fra le linee del libro attraverso la lente dello scrittore”.

Per rendere ancora più vera e impersonale  la rappresentazione, lo scrittore costruisce la lingua nazionale, arricchita di termini di origine dialettale, di modi di dire e proverbi, di una sintassi modellata sul ritmo della lingua parlata dal popolo.

Nato nel 1840, deceduto nel 1922

In conclusione possiamo dire che l’italiano giunse in contatto con la popolazione soprattutto grazie alla letteratura.

Oggi l’apprendimento della lingua si basa sulla sua dimensione parlata. A partire dall’epoca di Dante, l’italiano non si modificò particolarmente nel tempo anche grazie alla stabilità della sua norma letteraria. Ed è per questo che riusciamo a comprendere i testi provenienti dal XIV secolo, utilizzando l’italiano come strumento di collegamento tra il presente e gli scrittori del passato che contribuirono alla sua diffusione.